...e poi rimani solo, con i sogni e le parole che si infrangono contro la barriera del tempo...

 

 

PROSSIMA PUBBLICAZIONE

"Sori"

 

Il tempo trascorre inesorabile senza smorzare il peso, a volte insostenibile, delle nostre azioni.

"Guardavo scorrere il fiume che trascinava le vite altrui. Era doloroso guardare verso l'alto, a quelli che lottavano per farcela. Sapevo bene che le loro, erano quasi sempre battaglie perse e prima o poi ne avrei visti tanti trascinati via dalla corrente. Preferivo guardare verso il basso , a quelli che subiscono, perchè questo rendeva più accettabile il mio quieto vivere. "    (Da "Senza voltarsi")

A te e al tuo silenzio che grida forte nei miei ricordi.

 

Immagine della copertina di Ryan-Graybill-unsplash.com .

 

Ciao, benvenuto!

Se mi concedi un attimo del tuo tempo, ti dico come è nato "Ventitrè" e poi, se ti va, ti porto a fare un giro nella mia fantasia incasinata.

Inizialmente volevo architettare una faccenda torbida che sapesse tenere viva l’attenzione. Tutto doveva succedere in un mondo normale, quasi scontato, dove il disagio è taciuto ed evitato, con qualche mia piccola riflessione buttata là. Poi, come sempre mi capita quando scrivo, la storia ha preso una vita propria e non potevo far altro che seguirla e stare a vedere come andava a finire. Prescindendo dal fatto che personaggi proprio “normali” non ce ne sono, i due più particolari sono Elena e Don Ferruccio che, da punti di vista tutti loro, tirano conclusioni. “Ventitrè” è stata una nuova avventura, sicuramente più per me che per Luca, il protagonista.

 Mi sono divertito a scrivere senza sapere dove sarei andato a parare. Spero che tu possa trovare altrettanto piacevole la lettura.

 

http://www.lulu.com/spotlight/Stema


 

Tratto da "Sori" di prossima pubblicazione.

Le immagini di vetrate che esplodevano lasciando uscire colonne di fumo, passavano e ripassavano sullo schermo a parete. Erano le cinque del mattino quando uno dei due bestioni della Sori mi aveva preso a calci la porta di casa per portarmi dal suo capo. Rodolfo guardava la tv, ingoiava liquore e fumava sigarette imprecando, come se fosse stato solo nella stanza.

 

Per me poteva anche andare a farsi fottere, era stato lui ad assumermi, mica l’avevo cercato io. Era successo solo pochi mesi prima, ma sembrava trascorsa un’eternità.

 

La sera del nostro primo incontro faceva un freddo cane, la neve ghiacciata attraversava la luce dei lampioni e mi sbatteva in faccia. Erano da poco passate le sei quando entrai nel locale di Maria, subito investito dalla solita ventata d’aria calda, gonfia di profumi invitanti e altri un po’ meno. Con quella stagione, quel luogo pieno di vassoi di roba troppo dolce, troppo salata e troppo grassa, era un paradiso affollato da avventori avvinazzati e sudaticci. Maria che se fosse stata una pietanza, sarebbe stata sicuramente un panzerotto esageratamente ripieno, mi venne incontro, un signore distinto aveva chiesto di me e mi stava aspettando nella sala da bigliardo.

 

L’uomo era un settantenne distinto che, con la stecca in pugno, tentava inutilmente un calcio a cinque sponde.

 

- Buonasera Luca, sono il Dr. Rodolfo De Sori, ma Sori può bastare. Ho sentito che sei bravo a curiosare nei fatti altrui e vorrei che tu lo facessi per me.-

 

- Non capisco. Io ho già un lavoro e non vedo come potrei...-

 

- Lo so, lo so – mi interruppe - leggo la tua roba – e non rischi certo di perderlo quel lavoro, chissà magari ti daranno anche uno spazio tutto tuo...se glielo dico io-.

 

Conoscevo quell’uomo piccolo e storto da meno di un minuto e già mi dava ai nervi.

 

- Il giornale che ti paga è il mio e io ho bisogno di una mano-

 

- Allora ha tutta la mia attenzione, dottore, cosa posso fare per lei?-

 

Le due guardie del corpo che stavano a cuccia in un angolo, sorrisero scuotendo i loro testoni pelati, erano abituate ai ricatti subdoli del capo.

 

- Allora se siamo d’accordo, vedo di spiegarmi meglio – Sori oscillò una spalla come se avesse il cavallo a briscola, quel tic aveva un suo perché, come avrei capito poi – mi sono fatto dal nulla, senza fidarmi di nessuno e senza l’aiuto di nessuno...- Ero rimasto in silenzio ad ascoltare quel piccoletto lodarsi per un quarto d’ora e tanto era bastato a farmi ritrovare stomaco e vassoi vuoti.

 

Da "Ventitrè"     http://www.lulu.com/spotlight/Stema

Reformo contava un centinaio di abitanti e, come in tutti i piccoli paesi, non vi succedeva mai nulla. Il massimo che ci si poteva aspettare, era un qualche furto di galline prima delle “feste da brodo” e il lavoro di caserma era un rigiro di scartoffie. Era venerdì ventitrè dicembre e il brogliaccio, non scritto, prevedeva brindisi e auguri per le feste e non l’andare in giro a pestar neve, ma quel pomeriggio, una telefonata scompigliò tutti i piani. Controvoglia, il M.llo Aldo e Paolo l’Appuntato, lasciarono la stazione per uscire in servizio.

 

La Panda annaspava affondando nella poltiglia scivolosa, su per la strada ripida fino a scollinare. Stava facendo buio. La casa, se così la si poteva chiamare, era comparsa all’improvviso sotto di loro, un fabbricato basso di legno annerito, ai limiti di un bosco sperso nel bianco piatto.

 

Il viottolo di accesso era sgombro dalla neve caduta in abbondanza fino a poche ore prima, così come lo era anche il bordo del tetto imbarcato. Dalla finestra illuminata che dava sulla veranda, si intravedevano quelle che dovevano essere le gambe di un uomo.

 

Luigi, il garzone del fornaio, stava seduto sull’ultimo dei tre gradini del porticato, si stringeva le ginocchia al petto e guardava immobile i due nuovi arrivati. Farfugliò qualcosa d’incomprensibile, così come aveva fatto anche al telefono.

 

Aldo, e Paolo passarono oltre senza badargli, spinsero la porta socchiusa che dava su una grande stanza. Da un lato c’era una tavola rimasta apparecchiata e alcune sedie impagliate di un colore indefinito. Il lato opposto era occupato da un mobile tv, uno scrittoio, un divano dozzinale, due poltrone e un tavolino spelacchiato coperto da fogli ingialliti, quaderni e un giornale. Era quello del giorno prima. Al centro troneggiava una grossa stufa di terracotta rosso vivo con accanto una cesta stracolma di legna. Dal vecchio trave mezzano, tarlato e coperto di ragnatele scure, scendeva una piccola fune di nylon verde con appeso, come una marionetta guasta, il corpo di un uomo. Di Marco rimaneva solo quell’immagine grottesca. La fune premeva sul davanti del volto, a lato del mento, così che la testa era spinta all’indietro e verso sinistra. Qualcosa era andato storto e doveva averci messo parecchio a morire, il cappio aveva ruotato e Marco era rimasto impiccato in un modo anomalo, con il nodo che premeva sulla gola e la testa reclinata tra le spalle. Sempre sul lato sinistro del corpo, maglia e camicia erano uscite dai pantaloni da lavoro malconci e, arruffate, lasciavano scoperta la pancia. Le sue mani erano livide e spellate, era scalzo con le scarpe finite lontane, contro la parete opposta. Sembrava di vederlo scalciare e arrancare per provare a respirare in quello che doveva essere stato un ultimo ripensamento. Uno sgabello era a terra rovesciato, il comandante lo aveva raccolto e avvicinato ai piedi penzolanti. Era dell’altezza giusta.

 

Improvviso l’urlo di Aldo ruppe il silenzio. Si era scottato con la stufa e Paolo sorrise cercando di non farsi vedere.

 

Il maresciallo era uno che teneva su le carte e di lui si sapeva veramente poco. Un metro e settanta con la pancetta degli -anta, un uomo anonimo se non fosse stato per i fitti riccioli bianchi e quei suoi occhi azzurri che sembravano bucare. Viveva nell’appartamento sopra la caserma con la moglie e partecipava pochissimo alla vita del paese. Si limitava alle apparizioni ufficiali eppure, non di rado, capitava che fosse più aggiornato lui, su quello che succedeva in zona, di Paolo e colleghi che facevano l’esatto opposto e quello era un mistero.

 

Il medico legale con due paramedici e il fotografo erano entrati in casa battendo i piedi per scrollarsi la neve. Uscendo Aldo e Paolo li salutarono in silenzio, giusto con un cenno. Luigi stava ancora lì, accovacciato sul suo gradino e il comandante gli si sedette accanto.

 

- Hai visto qualcosa che ti ha colpito quando sei arrivato qui? Intendevo dire qualcosa di insolito, si va beh, ci siamo capiti -

 

- No. Era tutto come lo vedete voi adesso. Ho bussato e chiamato, ma non ha risposto nessuno. La porta era aperta e sono entrato per lasciargli il pane secco per gli animali come facevo sempre quando mi avanzava. Lui era là, impiccato. -

 

Marco era diventato un “lui” qualunque, privo di identità. Aldo sapeva che era così, ma rimaneva comunque sempre stupito di quanto rapidamente la morte, ancor più se violenta, togliesse alle vittime la loro umanità quasi a voler affievolire il dolore della perdita a chi rimane.

 

- Che ore erano? -

 

- Non so di preciso, ma vi ho chiamati subito.-

 

- Hai fatto bene. Adesso vai a casa. Passa da me in ufficio domani in mattinata-.

 

In piedi, sotto al portico, i due militari si guardavano intorno alla luce delle torce elettriche, in cerca di un qualcosa che meritasse la loro attenzione. Nulla. Era tutto coperto dal bianco immacolato. Girarono intorno alla casa sprofondando nella neve fresca e, distante poche decine di metri, c’era quello che sembrava un riparo per gli attrezzi. Un sentiero calpestato conduceva dall’abitazione al capanno. Dentro c’erano della legna accatastata e degli arnesi sparsi un po’ ovunque, un trattore, motoseghe, tosaerba e un banco da lavoro ingombro di chiavi e altra ferraglia. In un angolo erano ammucchiati dei metal detector, tutti da quelle parti ne possedevano uno. Il paese vecchio era stato distrutto dai bombardamenti durante la seconda guerra e i sopravvissuti lo avevano ricostruito con quel poco che avevano, ma sull’altro versante della collina. La zona abbandonata era diventata una delle mete preferite dai “cercatori di tesori” che la battevano in lungo e in largo, armati dei loro ferri del mestiere, cercando oggetti e residuati bellici. Era una pratica pericolosa e, non di rado residenti e non, si erano imbattuti in ordigni inesplosi, lasciandoci qualche pezzo del corpo o addirittura la pelle.

 

Il medico uscì dalla casa, aveva finito il suo lavoro e voleva andarsene portandosi via il corpo.

 

- Che ne dice? - gli chiese Aldo.

 

- Credo sia morto ieri in serata -.

 

- Suicidio? - si intromise Paolo.

 

- Così pare -.

 

Prima di andarsene, Paolo e Aldo sigillarono tutto. La fretta non aveva motivo di esistere, tra l’altro li attendeva ancora la parte più ingrata del loro mestiere, scrivere tutto nei particolari come prevedeva la prassi, comprese le ovvietà che finivano poi per popolare le barzellette.

 

Se poi hai ancora dei dubbi sul mio essere incasinato, questi sono due articoli che ho pubblicato su  BombaGiù :

Come cambia il mondo

Questo è l’incipit di un mio racconto non ancora pubblicato, mi diverte rileggerlo quando sento tesi esistenziali innovative. Lo condivido e magari strapperà un sorriso ai giovani di ieri.

 

Tramontana e pioggia ghiacciata, camminavo in fretta con la testa altrove, le mani affondate nelle tasche del paltò e quel cavolo di colbacco in testa. Gli amici credevano fosse un vezzo da pseudo intellettuale, in realtà speravo solo che quelle ridicole appendici da cocker che coprivano collo e orecchie, mi evitassero nuovi attacchi di cervicale. Quei vecchi modi di pensare mi facevano sorridere, un tipo di cappello e sei di sinistra, una catenina e sei credente, proprio io che avevo tutt’e due e facevo a cazzotti tanto con i politici quanto con i preti. La cervicale era un regalo dell’anagrafe e la catena me l’aveva lasciata la mia povera nonna e non credo che con quell’eredità, intendesse far di me un bacia pile.

 

Lei aveva vissuto in quel periodo dove tanto politica quanto la religione, erano una questione di fede.

 

Così capitava che la gente andasse a raccontare i fatti propri al prete per alleggerirsi o cercar consiglio e finivano poi tenuti per i coglioni. Per quanto riguardava la politica le cose andavano un po’ diversamente, era ereditaria, così non comportava sforzi mentali e comunque, un amico nel posto giusto, poteva sempre far comodo. Dai suoi esponenti piovevano solo parole vuote a sostegno di tesi esistenziali scalcagnate sponsorizzate dalla neonata tv che, sempre secondo mia nonna, era dispensatrice di verità innegabili. Le due fedi avevano un obiettivo comune: il consenso. Io sono stato più fortunato e vivo in tempi migliori. Oggi tutto è cambiato e sono al riparo da plagi e opere di persuasione, almeno questo è quello che dicono i media … un vivere illuminato dalla verità e in continuo divenire, dove nulla è più come un tempo e tutto è possibile per tutti. Eh, sì…tutto un altro  mondo.”

 

Scrivere, in bilico tra essere e apparire

Di rado resto a corto di parole, ma mi capita quando mi si chiede cosa si prova nello scrivere e perché uno lo fa. Non conosco e non credo esista un motivo particolare, ma so cosa succede nel farlo. Racconti, divaghi, ti abbandoni alla fantasia, poi rileggi e, su quelle pagine, ci sei incredibilmente tu. Dopo tanto lavoro, dopo esserti immedesimato in personaggi e situazioni immaginarie, ti accorgi che hai confidato a te stesso la tua essenza, le tue delusioni e i tuoi sogni. Quello che era un tuo racconto lontanissimo dalla realtà, parla di te, del tuo modo di vedere le cose, del te stesso che meno conosci forse solo perché lo dai per scontato.

Puoi essere colmo di allegria e ritrovarti ad avere pagine piene di malinconie e rimpianti o viceversa, come se il tuo scritto godesse di una sua vita che se ne fotte delle tue apparenze.

Una sera tardi, tardi quanto basta da vedere spuntare i pensieri da una strana nebbia, un personaggio di un mio racconto se ne è uscito con un pensiero più o meno così:

“Mi stupisce quanto poco sia rimasto delle mie certezze col trascorrere del tempo.

Guardo al passato e vedo un’infinità di credenze di comodo figlie dell’impotenza che, seppur smentite dalla ricerca scientifica, restano indelebili nelle menti plasmate da insegnamenti fantasiosi e dettami politici, religiosi o pseudo-scientifici. Facciamo branco per sentirci nel giusto e lasciamo che pochi ricerchino la verità sostenibile. Il tramandato attenua il dubbio e la necessità di comprensione, lasciando spazio alla cieca presunzione del sapere. Tutto per quell’anomalia della “democrazia” che fa ritenere corretto un pensiero se è largamente condiviso, senza farci avvertire il bisogno di verificarlo. Nella fantasia ci sono i sogni e le speranze di ognuno di noi, ma è la realtà la più grande delle illusioni.”

Doveva essere proprio stanco anche lui, così l’ho lasciato lì e sono andato a letto, la mattina seguente non c’era più e non l’ho mai rivisto.

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